Per viaggio e per amore, ovvero Cos’è la filosofia (una sintesi). Parte I

La filosofia è una cosa troppo seria per essere lasciata ai soli filosofi

(John Wheeler)

La filosofia nasce, com’è noto, dallo stupore verso il mondo; se meraviglia e curiosità generarono sempre, nell’uomo, l’impulso a capire e ordinare, fu tra il VII ed il VI secolo a. C. che tale bisogno di definire e classificare si esplicitò per la prima volta coi soli strumenti della ragione. È probabile che l’interesse per il tutto, che da allora fu connaturato alla civiltà greca, prese piede dapprima in una forma antropocentrica e non ancora cosmologica. Secondo Edmund Husserl i primi, stravaganti filosofi osservarono la sorprendente moltitudine delle umanità in transito per Mileto, colonia portuale e crocevia dei mercati: a fronte di tanta varietà di usanze e pensiero, dovettero porsi il problema dell’esistenza di una verità che fosse universalmente valida, anziché etnica e locale. Così, fin dagli albori della filosofia, sembra istituirsi quello stretto legame tra osservazione della realtà umana e indagine sulla compiutezza del mondo da cui originò, in seguito, l’idea di un nesso tra microcosmo e macrocosmo. Duemilacinquecento anni dopo le fortune di Mileto, Kandinsky dipinse La vita variopinta: la frenetica varietà che accende questa tela, brulicante di colori e animazione, di forme e attività, esprime forse il sentimento di stupefatta vertigine che dovettero provare quei primi filosofi, dinnanzi alla molteplicità dell’esperienza.

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La filosofia non è, dunque, astrazione lontana dalla vita; è innanzitutto l’innata voglia dell’uomo di capire ciò che lo circonda, nella specificità in cui appare e nelle leggi cui soggiace. Filosofia nasce dallo sorpresa e dall’interesse che provoca l’osservazione della varietà; filosofia è guardare al mondo con gli occhi del viaggiatore ansioso di scoprire i luoghi del suo transito, affascinanti e complessi come la variegata steppa del quadro di Kandinskij. Non per caso il Poema di Parmenide, il primo scritto filosofico pervenuto, inizia col racconto di un viaggio: da sempre l’uomo riconosce un rapporto tra conoscenza e cammino, fino a plasmare l’idea, in età illuminista, che il sapere sia iter indirizzato all’umano benessere. Così Ulisse, il viaggiatore per eccellenza dell’immaginario occidentale, è costantemente animato dal bisogno di conoscere, il Medioevo produce la figura del chierico errante, il Settecento vive la moda del Grand Tour…ma anche il viaggio nunziale, in origine, è possibilità di conoscere il partner nelle evenienze del cammino, ove i tratti autentici della personalità emergono più netti. Ernst Jünger scrisse che il Novecento è testimone del potenziamento degli strumenti visivi e del paradossale declino della letteratura di viaggio, che del potere di visione avrebbe potuto servirsi e dare conto; egli non si avvide che la saggistica filosofica rappresenta, in certo modo, proprio una letteratura di viaggio.

In quanto prima ricerca di un sapere razionale, la filosofia costituisce la scienza originaria dell’Occidente, da cui le scienze specializzate derivano e, in un secondo tempo, si distaccano. Oggi molti interrogativi sembrano essersi trasferiti alle discipline scientifiche, cosicché l’interesse filosofico appare rivolto specialmente all’analisi delle dimensioni più sottili e più speculative dell’esperienza o degli altri campi del sapere, o anche alla ricapitolazione della storia delle idee; di recente un nuovo filone si dedica all’indagine dei fenomeni di massa e di costume, rivendicandone la piena dignità di studio. Certo la filosofia è, oggi, scelta morale e non di utile: va intesa anzitutto come aspirazione personale alla conoscenza, all’esplorazione delle profondità più sfumate e delle altezze più nitide, entrambe di arduo accesso, ma tanto più essenziali alla conduzione di una vita – perché filosofia è progetto esistenziale di una vita intera – conscia…e appassionata. Se tra sapienza e viaggio c’è un legame, anche tra sapienza e amore esiste un nesso. La conoscenza, come l’amore, unisce i distinti, rassicura e dona pienezza di senso: così i filosofi gnostici e i dotti neoplatonici fiorentini ricercarono sempre il senso dell’esistenza in amore e conoscenza. Jean Delville ritrasse due amanti che contemplano il firmamento, platonico regno delle idee, in un dipinto che intitolò L’oblio delle passioni; il loro sguardo rapito, la tenerezza dell’abbraccio e la commozione che la tela suscita non possono che contraddirne il titolo: amore e conoscenza sono, dell’animo umano, le passioni più assolute. Quanto più si fa esperienza dell’eros, com’è noto, tanto più lo si desidera: con questo desiderio che aumenta se lo si appaga ha a che fare il detto socratico “so di non sapere”: ampliandosi il sapere cresce, con la consapevolezza della vastità dello scibile, la sete di sapienza.

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Lo stupore, la curiosità e il desiderio di sapere che muovono la filosofia si esprimono nella fondamentale domanda di senso: perché? In una delle prime sequenze di Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, il bambino si domanda “perché io sono io e perché non sei tu?”: perché il mondo e la vita sono proprio così come sono, e non altrimenti? Con la posizione e riproposizione della fatidica domanda di senso inizia la lunga storia della razionalità occidentale; in questo modo i filosofi diedero vita a quell’atteggiamento teoretico che rappresenta, per Husserl, lo scopo proprio dell’umanità occidentale. L’esercizio del domandarsi razionale è alla base della nascita, in Occidente e non altrove, del metodo scientifico: soltanto presso i greci poté fiorire la concezione per cui un fenomeno è pienamente conoscibile attraverso l’analisi, a discapito dell’immagine sacrale della natura che, perdurando presso altre culture, ne impedì la frammentazione a fini di studio. Qui sono anche i prodromi dell’attuale scempio ambientale, concretizzato dalla propensione operativa, e non più solo speculativa, della scienza rinascimentale. La messa a punto del metodo galileiano coincise anche con lo slittamento dall’interrogazione sul “perché” a quella sul “come” dei fenomeni: questo oblio, che la scienza moderna stese paradossalmente sulla domanda di senso da cui essa stessa nacque, apparve con particolare evidenza nel positivismo ottocentesco; oggi il pensiero scientifico sembra, invece, aver riacquisito una maggiore consapevolezza dei propri presupposti e delle proprie difficoltà.

Nel film di Wenders è un bambino a porsi la domanda di senso: la fase dei perché, funzionale alla comprensione e all’orientamento nel mondo, appartiene in effetti allo sviluppo infantile. Permane allora un tratto fanciullesco nel filosofo che adotta l’atteggiamento teoretico, ed è d’altronde luogo comune che chi sappia conservare intatti stupore e curiosità per il mondo rimanga in parte bambino. A differenza del fanciullo, però, non uscendo mai dal tempo dei perché il filosofo non istituisce certezze ultimative, rimanendo per sempre disponibile alla messa in discussione di ogni fondamento e di ogni concetto. Se i filosofi del passato cercarono verità incontrovertibili – e Husserl fu l’ultimo di essi – in molti oggi abbandonano la pretesa di attingere validità definitive, per confrontarsi piuttosto con la molteplicità irriducibile delle visioni del mondo, gerarchizzabili semmai solo per grado di funzionalità rispetto al contesto. La pluralità dell’antica Mileto si riafferma specialmente dopo Nietzsche, che per primo proclamò la falsità delle verità assolute, e dopo Heidegger, che illustrò come il rapporto tra uomo e mondo sia storico, mutevole nel tempo e nello spazio. L’arte contemporanea costituisce, forse, la miglior portavoce di questo atteggiamento: ogni opera rappresenta un particolare punto di vista sul mondo – quello del suo autore o quello che suggerisce allo spettatore – inassimilabile ad ogni altro. La scienza stessa, col principio popperiano per cui una teoria è valida finché non viene falsificata e rimpiazzata da un’altra, a sua volta falsificabile, è pervenuta ad un analogo e proficuo pluralismo. Anche a livello personale il confronto con la molteplicità è salutare: conferisce la facoltà di ragionare simultaneamente su più piani, permette di sottrarsi al principio logico del terzo escluso per concepirne piuttosto l’inclusione di diverse opzioni sincroniche. Tale è il beneficio maggiore, e più evidente, apportato dallo studio della storia della filosofia: chi si cimenta con essa mette a punto una disposizione mentale analoga al poliprospettivismo dei quadri cubisti, dove le cose, come nel Ritratto di Pablo Picasso di Juan Gris, si presentano contemporaneamente da molti punti di vista.

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Chi sappia mantenere vivo lo stupore fanciullesco è un filosofo, oppure un artista, o un poeta. È stretta la parentela della filosofia con la poesia: esse sono animate dallo stesso sforzo di cogliere sottigliezze e attingere dimensioni autentiche, sono accomunate dalla prerogativa dell’invenzione lessicale – che si traduce spesso in difficoltà di linguaggio – per dar conto di speculazioni fini, per plasmare nuovi concetti e per spalancare orizzonti di senso inediti. Esistono filosofie di grande poeticità; tra esse brilla l’impianto del neoplatonismo, eretto sull’armonia tra cielo e terra e sull’amore universale, così come l’originaria coappartenenza tra il singolo uomo, gli altri ed il mondo espressa con linguaggio figurale dall’ultimo Merleau-Ponty. Analogamente alla grande poesia, che muove all’emozione, tali modi di guardare al mondo ne dischiudono un senso superiore, forse più effimero ma tanto più ricco. Certo, ci sono episodi di particolare difficoltà, che spiccano per l’estro concettuale quanto lessicale: spesso la lingua della filosofia è suggestiva, talvolta esoterica, e la difficoltà di indagare ambiti mai affrontati – come l’husserliano orizzonte di validità non tematizzate – comporta bisticci linguistici forieri di ulteriori complicazioni. Soltanto la produzione di pensiero innovativo, ad ogni modo, può permettersi piena libertà espressiva, mentre la divulgazione filosofica è sempre in obbligo di chiarezza.

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