Tassonomie del divenire, ovvero Cos’è la filosofia (una sintesi). Parte II

Nei secoli la filosofia ha assunto essenzialmente due funzioni. La prima, diretta conseguenza dello stupore e della curiosità originari, è quella tassonomica di definire e qualificare, creare strutture concettuali che permettano di orientare il giudizio e l’azione. Questo aspetto pragmatico della filosofia come guida dell’agire, che si è andato indebolendo nei secoli per rinascere col pragmatismo americano e tornare in voga nelle odierne pratiche di counseling filosofico, fu prioritario in Socrate e Platone, ma incontrò già in Aristotele lo scoglio di un amore per il sapere fine a se stesso. Certo è che qualunque comportamento presuppone sempre delle strutture concettuali determinate che lo motivano e dirigono, strutture formatesi storicamente in sede filosofica – e oggi scientifica: uno dei principali motivi di interesse dello studio della filosofia risiede, allora, nella possibilità di rintracciare l’origine delle proprie stesse idee, che altrimenti abiterebbero inosservate il proprio pensiero e i propri gesti. Così, si ritiene che ciò che è importante sia anche unitario e durevole nella stabilità – in questi termini si pensano la personalità di un individuo o una storia d’amore – perché la coscienza occidentale fu, ai suoi albori, forgiata dall’identificazione parmenidea dell’essere con l’unità e la stasi. Identificazione in realtà falsa: Freud ha chiarito come la personalità sia tutt’altro che univoca, mentre la preminenza della stasi è proprio ciò che può compromettere una storia d’amore, quando non si capisca che essa deve evolvere insieme alle persone che la vivono. Conoscere l’origine dei propri pensieri, allora, è funzionale alla loro messa a distanza con contegno critico: lo studio della storia della filosofia ha un’utilità pratica anzitutto nel favorire lo sviluppo di capacità analitiche e valutative.

La seconda funzione della filosofia è quella di ridefinire e riqualificare, poiché ogni impianto filosofico, pensiero disorganico o sistema che sia, non può mai dirsi ultimativo. Maestri della riqualificazione furono quei filosofi che esercitarono il sospetto, asserendo che i grandi apparati del pensiero siano non soltanto arbitrari, ma anche plasmati da motivazioni non trasparenti: così Nietzsche criticò platonismo e morale cristiana, per lui funzionali a denigrare la realtà mondana e reprimere gli istinti vitali, assicurando il predominio sociale della massa dei deboli; così Freud sospettò della morale corrente, prodotto del Super-Io volto a reprimere le pulsioni inconsce per facilitare la socialità umana. Entrambi si sforzarono di illuminare i reali motivi che agiscono nascosti alle spalle dei sistemi di pensiero vigenti, secondo una topografia visibile nel dipinto Rex di Mikalojus Čiurlionis: dietro una torre, simbolo dell’ordinamento che regge il mondo, se ne colloca un’altra, ben più cupa e imponente.

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La prima funzione, quella di definire e ordinare, è oggi largamente esercitata dalle “filosofie di”: filosofia della scienza, filosofia del linguaggio, filosofia del diritto, filosofia della storia, filosofia della religione, filosofia dell’arte, filosofia della musica. Cartesio poteva ancora concepire un sapere tendenzialmente unitario e sistematico, che aveva per rappresentazione iconografica l’immagine medievale dell’albero, dove dall’unico tronco dell’erudizione filosofica si dipanano i diversi rami della conoscenza. Dal Settecento, complice l’Encyclopédie, le discipline raggiungono la definitiva indipendenza – si conclude così un processo avviato nel Rinascimento: ad esso va ricondotta, com’è noto, la spregiudicatezza politica del Machiavelli, indice dello slegamento della ragion di stato dalla morale. Con questa pluralizzazione della conoscenza, che diviene tanto complessa da rendere impensabile l’esistenza di una scienza in grado di reggere tutte le altre, prendono vita le diverse branche della filosofia: essa non si pone più in rapporto di dominio coi molti ambiti dello scibile, bensì in un rapporto di aderenza critica; diventa esigenza di comprensione settoriale che si integra con differenti prospettive, dando luogo a tanti codici linguistici quanti sono i campi di ricerca. La volontà di definire e ordinare si riscontra nell’attitudine delle “filosofie di” alla riflessione puntuale sui contenuti delle loro proprie discipline, intesa ad aumentarne la profondità teoretica – e d’altra parte spesso l’approfondimento comporta l’insorgere di complicazioni e nuovi problemi.

La seconda funzione, quella di ridefinire e riqualificare, continua ad appartenere compiutamente ai contributi filosofici più innovativi, votati ad apportare idee di rottura e a spalancare vedute eventualmente destabilizzanti o sovversive, estranee o problematiche. Questa possibilità sembra anche favorita dal ruolo marginale che oggi il filosofo riveste nella società, essendo la filosofia ancilla e non più domina dei saperi: come il buffone o il pazzo – le altre figure che popolano la costellazione concettuale in cui il filosofo è assimilato al poeta e all’artista – in virtù della propria posizione egli può permettersi di esprimere ciò che ad altri sarebbe vietato.

È stato detto che la storia della filosofia potrebbe considerarsi oggi conclusa, differendo essa dalla produzione di contributi filosofici originali quanto la storia dell’arte che si conserva nei musei è diversa dalla creazione di nuova arte. Ma la produzione di idee da parte dei diversi campi del sapere implica ipso facto la generazione di ulteriore filosofia, come riflessione critica intorno ad esse e alle loro implicazioni: se la filosofia non può, e non deve, riacquisire il ruolo culturalmente egemone di matrice del sapere, essa si pone oggi come luogo di ritorno in cui ogni inedito contributo del pensiero confluisce. Molte idee nate in ambito scientifico, poi, hanno determinato la nascita di filosofia marcatamente originale: così il concetto di campo è penetrato tanto in psicologia quanto in una vasta parte della speculazione francese contemporanea. La filosofia, insomma, continua rinnovandosi: come un viaggio, come l’amore, come il tempo.

 

Postilla:

Umberto Galimberti dichiarò che leggendo i filosofi si scopre ciò che sta accadendo, eppure il grande pubblico vi rimane perlopiù estraneo: il senso di inessenzialità con cui oggi è guardata la filosofia deriva, a parere di chi scrive, da un eccesso di accademismo cui essa va soggetta. Un nuovo contributo di pensiero si inserisce inevitabilmente nel circolo di ciò che è già stato pensato e scritto, presupponendolo; la filosofia odierna spesso non fa che portare alle estreme conseguenze tale condizione, involandosi in un in una speculazione che concresce su se stessa in modo sempre più astratto e sempre più elitario. Eugenio Garin distinse tra filosofi antichi e rinascimentali, volti all’agire, e intellettuali medievali, dediti alla sola vita speculativa: l’accademico contemporaneo si presta troppe volte all’assimilazione con l’intellettuale medievale. Husserl insegnò che il pensiero si basa sul flusso della vita concreta e preriflessiva: bisognerebbe ricordare – anche chi scrive dovrebbe farlo – che un conto è rappresentare il mondo o inseguirlo per il tramite delle idee, come il giovane del dipinto Il viaggio della vita. Giovinezza di Thomas Cole, un altro è viverlo e abitarlo.

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